Referendum in Veneto:la giusta autonomia per riformare lo Stato

di Carlo Capuzzo. Il prossimo 22 ottobre i cittadini del Veneto saranno chiamati ad esprimersi, attraverso un referendum consultivo, sulla possibilità di ottenere in futuro maggiori forme di autonomia dallo Stato centrale per la propria regione. Il quesito, molto asciutto, riflette fedelmente la caratteristica fondamentale di questa consultazione: essere un prodromo di una trattativa con lo Stato, suffragata però da una manifestazione di forte gradimento popolare che dovrebbe così conferire maggiore forza alla parte regionale nella stessa.

E’ quindi necessario sgombrare subito il campo dai vari deliri propagandistici, che verosimilmente andranno a crescere in rumorosità e diffusione nel corso della campagna referendaria; il referendum prossimo venturo non rientra nella pur nobile tradizione della cosiddetta autodeterminazione dei popoli, e non rappresenta né l’anticamera di un processo che porterà alla fantomatica “indipendensa” né all’inizio di un improbabile disgregazione dell’Unità Nazionale.

Allo stesso modo appaiono del tutto fuori luogo le strumentalizzazioni identitarie alle quali si presta la data fissata per lo svolgimento della consultazione, il 22 ottobre, data che segnò nel 1861 l’annessione attraverso plebiscito delle province venete al Regno d’Italia, da sempre contestata dai venetisti più trinariciuti che mettono in dubbio la regolarità del plebiscito stesso e l’effettivo gradimento dei cittadini veneti all’annessione. Volendo anche tralasciare i numerosi e rilevanti episodi che testimoniano il patriottismo italiano dei veneti del periodo risorgimentale, dai moti di Padova del 1848 alla Repubblica di San Marco di Manin e Tommaseo, che scelse come proprio vessillo il Tricolore nel quale era inserito il leone alato, non sembra assolutamente velleitario affermare che è ormai maggioritaria nella società veneta la consapevolezza di essere il frutto di una componente culturale di carattere locale, che seppur forte, è inserita in un’identità nazionale italiana della quale la storia veneta fa parte a pieno titolo. Anzi, è proprio la concomitanza con il referendum analogo proposto per la regione Lombardia, a confermare che le richieste per la maggiore autonomia di queste due regioni si inseriscono nel quadro di una più ampia questione settentrionale, le cui rivendicazione sono per lo più di carattere economico/amministrativo e non di carattere identitario e proprio nel quadro della cosiddetta questione settentrionale va strutturato il dibattito sull’autonomia.

La competizione nel contesto Europeo

Appare evidente come nel corso degli ultimi anni la competizione economica in Europa, specialmente per ciò che riguarda le regioni settentrionali, Veneto in particolare, sia nel confronto con le altre entità regionali, in particolare quelle tedesche della Baviera e del Baden, spesso utilizzate come riferimento per valutare le performance economico/produttive della nostra economia; le statistiche ci parlano di un Veneto che ben si destreggia, ma la crisi ha messo in luce un altro aspetto che non può essere trascurato: le economie regionali si giovano di uno Stato forte nel contesto internazionale, che sappia difendere il proprio interesse nazionale ai tavoli europei grazie al proprio peso politico, evitando così il declino di competitività che ad esempio ha colpito la Catalogna, regione spagnola che prima della grande crisi figurava ai vertici delle classifiche sullo sviluppo delle regioni europee, insieme alle menzionate regioni tedesche, destino che ha in parte riguardato anche il Veneto e che rivela la necessità di abbandonare il mito delle presunte “piccole patrie” destinate all’irrilevanza di fronte ai grandi processi dell’economia moderna.

In questa chiave va interpretata la richiesta di maggiore autonomia da parte del Veneto, pienamente legittimata dalla particolarità della posizione geografica, stretta tra due regioni a statuto speciale, del proprio assetto industriale e dal proprio sistema economico, caratterizzato dalla grande dinamicità dei distretti produttivi diffusi e diversificati nel territorio, una “biodiversità industriale” che richiede una burocrazia decentrata, nel senso più alto del termine, agile e reattiva, che sappia rispondere alle necessità delle imprese e che incoraggi pratiche innovative e lodevoli come quelle di carattere partecipativo, che nella seconda fase della crisi hanno conosciuto in veneto, anche attraverso il subentro dei lavoratori nella gestione dell’impresa, una nuova forma di rigenerazione aziendale.

Una forma di autonomia che deve essere finalizzata anche alla valorizzazione delle amministrazioni locali, promuovendo ulteriormente pratiche di fusione e aggregazione tra piccoli comuni, al fine non solo di razionalizzare le spese, ma anche di consentire una maggiore unità di intenti nell’amministrazione del territorio e nella programmazione della stessa, superando campanilismi anacronistici che nuocciono ai cittadini, specialmente in alcune zone del territorio veneto che si differenziano negativamente per i dati occupazionali e reddituali e che, se non vogliono rischiare la progressiva desertificazione industriale e il lento spopolamento, devono ottenere maggiore considerazione dal governo regionale attraverso il peso politico e istituzionale dei propri amministratori.

Un modello che tenda verso il principio della responsabilità, valore cardine dell’etica di Destra, volto a valorizzare le qualità delle classi dirigenti locali e del quale anche le regioni meridionali potrebbero beneficiare, se è vero che la condizione di svantaggio rispetto alle regioni del nord non rappresenta una condanna irreversibile, ma, come dimostrano gli ultimi 50 anni di storia del Veneto, un dato assolutamente migliorabile, lasciandosi alle spalle un passato di assistenzialismo che evidentemente, nonostante la grande profusione di risorse, non ha prodotto i risultati auspicati, e dove le condizioni di una regione come la Sicilia dimostrano che una forma di eccessiva autonomia, unita all’insipienza di chi finora ha governato, non porta benefici.

Carlo  Capuzzo – Dirigente Giovanile Destra Veneta

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