Referendum:Destra Veneta per un SI senza equivoci

Questo documento è frutto di un gruppo di lavoro dell’Associazione culturale Destra Veneta che in occasione del Referendum per l’autonomia del 22 ottobre 2017 intende alimentare il dibattito ed il confronto sui temi dell’autonomia senza che venga messa in discussione l’unità e l’identita della Nazionale. Un testo a più mani che sottoponiamo come spunto di contenuti per essere protagonisti nel dibattito in corso.

REFERENDUM SULL’AUTONOMIA:UN OCCASIONE PER PARLARE DI RIFORME PER IL SISTEMA ITALIA

Il prossimo 22 ottobre i cittadini del Veneto saranno chiamati ad esprimersi, attraverso un referendum consultivo, sulla possibilità di ottenere in futuro maggiori forme di autonomia dallo Stato centrale per la propria regione. Il quesito, molto asciutto, riflette fedelmente la caratteristica fondamentale di questa consultazione: essere un prodromo di una trattativa con lo Stato, suffragata però da una manifestazione di forte gradimento popolare che dovrebbe così conferire maggiore forza trattativa con lo Stato.

E’ quindi necessario sgombrare subito il campo dai vari deliri propagandistici, che verosimilmente andranno a crescere in rumorosità e diffusione nel corso della campagna referendaria; il referendum prossimo venturo non rientra nella pur nobile tradizione della cosiddetta autodeterminazione dei popoli, e non rappresenta né l’anticamera di un processo che porterà alla fantomatica “indipendensa” né all’inizio di una improbabile disgregazione dell’Unità Nazionale.

Allo stesso modo appaiono del tutto fuori luogo le strumentalizzazioni identitarie alle quali si presta la data fissata per lo svolgimento della consultazione, il 22 ottobre, data che segnò nel 1861 l’annessione attraverso plebiscito delle province venete al Regno d’Italia, da sempre contestata dai “venetisti” più trinariciuti che mettono in dubbio la regolarità del plebiscito stesso e l’effettivo gradimento dei cittadini veneti all’annessione.

Cogliamo l’occasione per evidenziare i numerosi e rilevanti episodi che testimoniano il patriottismo italiano dei Veneti del periodo risorgimentale, dai moti di Padova del 1848 alla Repubblica di San Marco di Manin e Tommaseo, che scelse come proprio vessillo il Tricolore nel quale era inserito il leone alato e non sembra assolutamente velleitario affermare che è ormai maggioritaria nella società veneta la consapevolezza di essere il frutto di una componente culturale di carattere locale, che seppur forte, è inserita in un’identità nazionale italiana della quale la storia veneta fa parte a pieno titolo. Anzi, è proprio la concomitanza con il referendum analogo proposto per la regione Lombardia, a confermare che le richieste per la maggiore autonomia di queste due regioni si inseriscono nel quadro di una più ampia questione settentrionale, le cui rivendicazioni sono per lo più di carattere economico/amministrativo e non di carattere identitario e proprio nel quadro della cosiddetta questione settentrionale va strutturato il dibattito sull’autonomia.

 

Appare evidente come nel corso degli ultimi anni la competizione economica in Europa, specialmente per ciò che riguarda le regioni settentrionali, Veneto in particolare, sia nel confronto con le altre entità regionali, in particolare quelle tedesche della Baviera e del Baden, spesso utilizzate come riferimento per valutare le performance economico/produttive della nostra economia; le statistiche ci parlano di un Veneto che ben si destreggia, ma la crisi ha messo in luce un altro aspetto che non può essere trascurato: le economie regionali si giovano di uno Stato forte nel contesto internazionale, che sappia difendere il proprio interesse nazionale ai tavoli europei grazie al proprio peso politico, evitando così il declino di competitività che ad esempio ha colpito la Catalogna, regione spagnola che prima della grande crisi figurava ai vertici delle classifiche sullo sviluppo delle regioni europee, insieme alle menzionate regioni tedesche, destino che ha in parte riguardato anche il Veneto e che rivela la necessità di abbandonare il mito delle presunte “piccole patrie” destinate all’irrilevanza di fronte ai grandi processi dell’economia moderna.

In questa chiave va interpretata la richiesta di maggiore autonomia da parte del Veneto, pienamente legittimata dalla particolarità della posizione geografica, stretta tra due regioni a statuto speciale, del proprio assetto industriale e dal proprio sistema economico, caratterizzato dalla grande dinamicità dei distretti produttivi diffusi e diversificati nel territorio, una “biodiversità industriale” che richiede una burocrazia decentrata, nel senso più alto del termine, agile e reattiva, che sappia rispondere alle necessità delle imprese e che incoraggi pratiche innovative e lodevoli come quelle di carattere partecipativo, che nella seconda fase della crisi hanno conosciuto in veneto, anche attraverso il subentro dei lavoratori nella gestione dell’impresa, una nuova forma di rigenerazione aziendale.

Una forma di autonomia che deve essere finalizzata anche alla valorizzazione di quel “federalismo municipale” delle amministrazioni locali, che promuova buone pratiche gestione del territorio tra le quali la fusione e aggregazione tra piccoli comuni, al fine non solo di razionalizzare le spese, ma anche di consentire una maggiore unità di intenti nell’amministrazione del territorio e nella programmazione della stessa, superando campanilismi anacronistici che nuocciono ai cittadini, specialmente in alcune zone del territorio veneto che si differenziano negativamente per i dati occupazionali e reddituali e che, se non vogliono rischiare la progressiva desertificazione industriale e il lento spopolamento, devono ottenere maggiore considerazione dal governo regionale attraverso il peso politico e istituzionale dei propri amministratori.

Un modello che tenda verso il principio della responsabilità, valore cardine dell’etica di Destra, volto a valorizzare le qualità delle classi dirigenti locali e del quale anche le regioni meridionali potrebbero beneficiare, se è vero che la condizione di svantaggio rispetto alle regioni del nord non rappresenta una condanna irreversibile, ma, come dimostrano gli ultimi 50 anni di storia del Veneto, un dato assolutamente migliorabile, lasciandosi alle spalle un passato di assistenzialismo che evidentemente, nonostante la grande profusione di risorse, non ha prodotto i risultati auspicati, e dove le condizioni di una regione come la Sicilia dimostrano che una forma di eccessiva autonomia, unita all’insipienza di chi finora ha governato, non porta benefici.

1)DESTRA VENETA: UN’IDEA CHE SI E’ FATTA STRADA

Il progetto di Destra Veneta, che ha come obiettivo l’affermazione dei valori della Destra nella nostra società ha rafforzato, negli ultimi anni, la convinzione che l’opzione federalista faccia parte del DNA della Destra Politica.

Destra Veneta è un’area culturale e sociale nell’ambito della Destra Politica che è servita da laboratorio culturale per la costruzione di idee che si sono tramutate in azione: non si tratta di una nuova corrente, né di un soggetto alternativo o antitetico a quanto espresso dalla Destra Nazionale, bensì un soggetto che vuole stimolare il confronto che spesso è mancato.

E’ ormai accertato che abbiamo bisogno di un nuovo modo di operare, più vicino alla gente e al territorio, in grado di collaborare alla costruzione di politiche nazionali che, fondate sugli irrinunciabili principi che fanno parte del nostro patrimonio ideale, culturale ed etico, interpretino la sintesi equilibrata delle diversificate esigenze territoriali. E’ proprio in questo contesto che il Veneto non ha solo il diritto, ma anche il dovere di dire la sua.

Con Destra Veneta, fin dalla Conferenza programmatica di Alleanza Nazionale del marzo 1998 a Verona, la Destra abbandonò i vecchi stereotipi centralisti e statalisti per trasformarsi in un movimento moderno aperto al federalismo, favorevole ad una politica capace di innovare il sistema-Italia, obiettivo irrinunciabile per la Destra.Già a Fiuggi e successivamente a Verona affrontammo la questione settentrionale cogliendo il diffuso e crescente rigetto delle popolazioni del Nord nei confronti di una politica e di un sistema istituzionale che hanno gravemente ostacolato e compromesso lo sviluppo delle potenzialità civili, tecniche ed economiche delle regioni meglio attrezzate d’Italia. Non è in discussione il sentimento nazionale, fondato su una comunione ideale, culturale e religiosa, ormai millenaria, ma l’assetto organizzativo dello Stato, palesemente inidoneo a consentire e favorire la competizione economica con le concorrenti realtà europee ed internazionali. Con l’unificazione europea, il Nord Italia si trova a fronteggiare non la concorrenza delle regioni del Sud, ma quella delle più evolute realtà europee sostenute da solidi sistemi autonomisti basati sulla solidarietà nazionale ed efficienza statuale. In Italia, al contrario, il centralismo burocratico, il dirigismo statuale e le politiche demagogiche – soprattutto quelle di centro sinistra – hanno penalizzato il Nord e sprecato al Sud , reprimendo il Settentrione senza promuovere il Meridione.

Secondo Destra Veneta diventa sempre più decisiva la capacità del territorio di mantenere, attrarre e promuovere attività economiche, risorse umane e finanziarie. Diventa indispensabile valorizzare la competitività del territorio, come insegnano le varie esperienze internazionali. Ad oggi, le strutture centraliste appaiono troppo lente e distanti dalla realtà sociale ed economica.

Una riflessione va fatta anche a riguardo di una possibile riforma federalista della Costituzione: il vero strumento per affrontare le esigenze del Nord può essere quello di verificare, nell’ambito di una Repubblica Presidenziale, che garantisca forza ed autorità dello stato unitario, la concreta e progressiva realizzazione degli statuti speciali. Essi possono consentire un grado di autonomia differenziata, modellato sulle esigenze peculiari e sul tipo di sviluppo delle singole regioni.

Destra Veneta ha avviato da tempo un nuovo rapporto tra il mondo economico e la politica, per far tornare entrambi a percorrere un cammino che li veda ancora interconnessi , in cui la politica faccia da guida per poter intervenire correttamente nella costruzione di una nuova fase in cui il Veneto riesca ad imprimere una svolta.

 

2)IL FEDERALISMO COME NEGAZIONE DEL SEPARATISMO 

Nel Veneto la partita dell’autonomia è andata avanti nel tempo a suon di  provocazioni. fece scalpore qualche anno fa  il caso di Cortina nel con la questione del referendum che la nota località dolomitica volle proporre ai suoi quasi seimila abitanti e cioè di passare dalla regione Veneto a quella autonoma del Trentino Alto Adige. Fu un caso emblematico seguito da altri comuni della Provincia di Belluno a dimostrazione che vi è una concorrenza sleale praticata a livello istituzionale che avrebbe richiesto precisi interventi da parte dei Governi nella gestione degli affari Regionali. Eravamo e siamo   convinti che il Veneto debba reagire al “separatismo per interesse”,  velocizzando col referendum il percorso per l’approvazione dello statuto senza il quale è impensabile l’attuazione della modifica del titolo quinto della Costituzione.

Nel Veneto uno zoccolo duro fatto di storia, di tradizioni, di cultura, in una parola di identità, prevarrà sicuramente anche su eventuali provocazioni separatiste. Il Veneto non è disposto a rinunciare alle sue tradizioni montane e alpine. Cortina, Cinto Caomaggiore, Lamon hanno trovarono validi alleati nelle provocazioni della Provincia di Treviso e Rovigo, che hanno rivolto analoghe richieste al Trentino con un improbabile trasloco in regioni a statuto speciale. Un’unica cosa accomunò Treviso e Rovigo a Cortina, furono esclusivamente considerazioni di opportunità economica, non certo di abbandono dell’identità veneta o italiana.

Condivido le posizioni espresse dal Governatore Zaia e sono convinto che la questione debba vedere protagonista anche i cittadini veneti per rafforzare la fase contrattuale dello Stato prevista  nei limiti e nei modi previsti dall’art. 116 comma III della Costituzione.

Siamo convinti da sempre che sia urgente mettere mano ad un nuovo assetto istituzionale delle regioni a Statuto ordinario che, senza creare nuovi enti, rafforzi ruolo e poteri di quelli che devono essere i protagonisti della vita istituzionale e amministrativa, ovvero Regione e Comuni. Anche questa sarà l’occasione per tutelare le specificità delle aree montane, come il Bellunese, ma anche trattare le condizioni particolari di autonomia che la Regione è in grado di accollarsi, attuando quel federalismo che le Regioni a Statuto Speciale hanno già da tempo. Mai come in questo periodo siamo  in un momento di scarsa rappresentatività istituzionale, non solo da parte di ciò che rimane delle province ma anche della politica in generale che si affida alle provocazioni con venature disgreganti, evitando di affrontare le questioni più concrete. In questa fase, la politica deve assumersi le proprie responsabilità.

La Destra politica, ma dovrebbero farlo tutte le forze politiche regionali, si batterà per combattere qualsiasi azione disgregante e separatista, che ha come unica motivazione la questione legata all’opportunità economica. Abbattere la lunga stagione dei privilegi delle regioni a statuto speciale è invece compito del Parlamento Nazionale. Per la Destra il federalismo è concepito come la negazione del separatismo, ma è anche l’unica forma di governance comprensibile per evitare la disgregazione dell’identità nazionale. Destra Veneta è pronta a battersi contro ogni ipotesi separatista avvallata da una politica fatta di provocazioni e pensiero debole. Se c’è qualcuno che cerca i paradisi fiscali ed economici e rappresenta un’istituzione si rivolga ad una agenzia turistica. 

3)QUELLO CHE LA DESTRA VUOLE PER I VENETI 

Riteniamo corretto che la nostra Regione abbia posto al primo piano della propria agenda politica l’acquisizione di forme e condizioni di autonomia che possiamo definire “speciali”, ma che sono da considerarsi normalissime per come è cambiata la storia e le esigenze avanzate dal tessuto sociale veneto. Questo approdo autonomistico, e non di semplice decentramento, non può essere oggetto di contrattazione: Destra Veneta si è fatta carico di sensibilizzare la Destra politica con la richiesta pressante per il Veneto di poter contare su di un potere specifico di autogoverno di tutte quelle funzioni che attualmente sono insufficienti ed espressione di un “autonomismo di facciata” delle sinistre, fatta eccezione di quelle poche grandi funzioni indispensabili a garantire e preservare un quadro nazionale unitario e solidale. Negli ultimi anni, nella nostra Regione, sta crescendo una nuova classe dirigente che trova proprio nel centro-destra il suo bacino naturale, tuttavia esiste ancora una retroguardia che rallenta la realizzazione del rapporto ideale tra istituzioni e cittadini: la fase di transizione nel Veneto, infatti, non può dirsi ancora compiuta, e le categorie economiche, politiche e sindacali dovranno essere capaci quanto prima di compiere un ulteriore salto di qualità, aprendosi ad una mentalità nuova che superi le reciproche diffidenze per cogliere le grandi opportunità che nel Veneto ci sono per lo sviluppo e l’occupazione. La collaborazione tra mondo del lavoro e impresa, a quel punto, diventerà elemento centrale e angolare di stabilità, con l’introduzione di principi partecipativi che forniscano alle parti sociali nuovi orizzonti di autonomia, all’interno di un sistema normativo di garanzie e incentivi socialmente più moderno e avanzato.Nella coscienza collettiva veneta, è un dato acquisito che esista già un’ “identità “speciale” per questo territorio e la sua popolazione. Concorrono a dare forma e sostanza a questa consapevolezza diffusa e consolidata della specificità e unicità del Veneto, la cultura, i valori spirituali di una storia millenaria, la lingua, le tradizioni, la religiosità, il valore della famiglia, motore dello sviluppo economico e sociale. Lo straordinario sviluppo del Veneto potrebbe essere rappresentato come una roboante Ferrari, d’altro canto abbiamo uno Stato che procede come una lumaca: questo sviluppo è stato reso possibile, non da ricette segrete, non da giochi di prestigio o da illusionismo, bensì dal lavoro e dallo spirito d’intraprendere, dall’intelligente autogestione delle risorse e dall’efficiente utilizzo delle stesse.

Secondo Destra Veneta, parte da qui la presa di coscienza maturata nella nostra Regione di non delegare nulla allo Stato, se non lo stretto indispensabile, e prende le mosse ancora da questa maturità veneta l’esigenza dell’autonomia, per poter governare al meglio il proprio modello politico, sociale ed economico, gestendo il cambiamento in modo diretto e non eterodiretto. Questa esigenza non è in conflitto con l’essere italiani ed europei, piuttosto fa sì che si affermi un rinnovato senso d’appartenenza alla vera Europa dei Popoli, alla Nazione Italiana, al Nord Est, al Veneto, che offra al cittadino veneto un punto fermo, un fondamento su cui costruire un nuovo patto con le istituzioni. Bisogna infatti insistere sulla strada del federalismo, con una riforma possibile, che garantisca l’unità nazionale e una vera autonomia sulla base del sistema regionale rinnovato e corretto.

Va quindi ribadito a chiare lettere che è necessario un intervento di riforma costituzionale che recepisca  le istanze autonomiste di quelle regioni che, come il Veneto, si sentono da subito preparate ad assumere nuove responsabilità e che, pertanto, chiedono di poter contare sull’autonomia in un rapporto nuovo con le municipalità.

4)IL FEDERALISMO CULTURALE: STORIA E PERCORSI DELLA CIVILTA’ VENETA 

Il tema dell’identità veneta può essere una delle questioni su cui si può incentrare la politica culturale della Destra politica, partendo da un serio ed approfondito dibattito, di cui possiamo essere protagonisti, sulla storia, sulle espressioni culturali, sulle tradizioni della nostra regione. La politica della Destra Veneta è capace di costruire ragioni morali per credere in una comunità fondata su una maggiore consapevolezza culturale, e basata sulla visione del Veneto da considerarsi come incrocio tra genti, culture, che ha dato luogo ad una società evoluta che ha saputo mantenere saldi i caratteri della propria tradizione.

Altro aspetto importante è un’azione che faccia emergere l’esistenza di una identità storica, culturale e profonda del Veneto che appartiene a una storia europea di lunga durata. Così come dal punto di vista dell’offerta culturale, le esperienze amministrative di centrodestra avrebbero potuto offrire di più riscoprendo filoni identitari in grado di generare nel pubblico quegli istinti e quelle passioni che ci caratterizzano.

Per tutto questo, è necessario il coinvolgimento di idee dei sistemi Universitari e di risorse delle Fondazioni bancarie, oltre che della capacità operativa dei principali attori, di quell’imprenditoria dell’eccellenza che fa dell’Italia e delle sue produzioni la garanzia internazionale della qualità e dell’innovazione.

 

Dovrebbe essere evidente che esiste un’identità storica e culturale profonda del Veneto. Appartiene ad ognuno ma è poco conosciuta e valorizzata. Ogni volta che si parla di cultura veneta, la prima parola che viene citata è Venezia. Ma l’identità veneta è qualcosa di molto più sottile e al tempo stesso di radicato. Non coincide solo il dominio culturale della Serenissima. Affonda le sue radici in quei lunghi secoli di storia in cui la nostra Regione, già unificata e omogenea dalle Alpi alla foce dell’Adige e da oltre il Garda fino a tutta l’Istria, era talmente splendida e florida, sia economicamente che culturalmente, da essere nota al mondo intero di allora col termine di ‘Marca Gioiosa’.

Esiste certamente un Genius Loci precipuo del Veneto, determinato dalla sua storia e dalla sua geografia. Perché non sempre, e andrebbe ricordato a chi non l’ha mai studiato in passato, noi Veneti vivemmo in queste terre. Del resto Veneti etimologicamente significa ‘popolo dell’acqua’, quasi la prefigurazione d’un destino della nostra gente, destinata a migrare prima lungo i fiumi, e poi per mari. Nel secolo scorso anche per oceani fino a nuovi continenti, dalle Americhe al Sudafrica e all’Australia, pur restando sempre sé stessi. Esiste una città di Padova in Svezia, con la quale varrebbe forse la pena stabilire un bel gemellaggio. Troviamo dei Veneti insediati non solo sulle rive del Baltico, una delle nostre probabili tappe successiva ad una emigrazione dal Caucaso, bensì assai più ampiamente sparsi dalla costa oggi francese della Manica, all’Anatolia settentrionale, dove fummo fra i popoli alleati dei Troiani come registra Omero nell’Iliade, narrazione mitologica che, proseguendo attraverso i grandi autori latini del passato, Virgilio e Tito Livio, individua nei reduci troiani Antenore e Ossicella, i fondatori di Padova e Monselice, che al pari di Enea, fecero dell’Italia la loro terra d’elezione. Poi c’è il Veneto propriamente detto, nel quale i migrantes dell’epoca giunsero infine sia da nord, percorrendo la cosiddetta ‘Via dell’Ambra’, che da sud risalendo l’Adriatico o i Balcani

Geograficamente, il Veneto è un microcosmo. Cittadini di un piccolo mondo in sé compiuto, i Veneti si sentono anche cittadini del mondo, perché vivono ad un crocevia attraverso il quale, come si è detto, da secoli e millenni passano e s’incontrano le più diverse genti d’Europa e del Mediterraneo con le loro merci, idee e religioni, come testimonia in particolare l’esperienza storica di Venezia.

Le caratteristiche dei paesaggi di questa nostra regione si trasmettono efficacemente ai suoi insediamenti, spesso antichissimi, alle loro piante urbane inserite nel territorio. Il cattolicissimo Nordest italiano fu storicamente e territorialmente legato per secoli alla concreta esperienza federalista ante litteram del Sacro Romano Impero. Basta consultare un buon Atlante storico, per vedere come quest’area, dalle Alpi alla foce dell’Adige e da oltre il Garda fino a tutta l’Istria, sin dall’Alto Medioevo fosse indicata appunto col nome di ‘Marca’, vale a dire il tipico territorio di confine dell’Impero, come la ‘Marca Boema’, oggi Repubblica Ceca, Impero di cui venne a costituire il Sudest, facendo così direttamente parte ora del Ducato di Baviera (dal 952), ora di quello della Carinzia (dal 976). Esperienza interrotta politicamente dall’espansione della centralista ‘Serenissima’, che in gran parte ne fu l’erede, anche se oggi troppo spesso lo si dimentica, e che ha comunque tutt’oggi lasciato profonde tracce culturali.

Dunque ecco uno stile di vita, un modello aziendale, un rapporto con lo Stato fedele ma non servile, infine il peculiare carattere integrato, appunto veneto, di tutte queste preziose diversità. Ma l’importanza del Veneto è data anche, come dicevamo, dalla centralità geografica del territorio veneto di quel ‘Corridoio N. 5’ che potrà portare da Lisbona a Vladivostock, cioè da un capo all’altro dell’Eurasia, come l’antica Via della Seta.

Un nuovo modello culturale 

Il nuovo modello culturale veneto sarà efficace solo se partirà dalla base, ovvero da una rivalutazione complessiva innanzitutto dall’architettura del paesaggio della nostra regione, troppo a lungo sin qui trascurata e danneggiata. Non basta occuparsi dei sussidiari scolastici e dei dizionari veneto-italiano. Bisogna attuare per prima cosa una politica di conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio paesaggistico sia naturale che architettonico e urbanistico, ma anche una nuova visione nella progettazione dei percorsi viari e di collegamento fluviale e marittimo, che non devono più obbedire ad una logica solamente commerciale, ma conformarsi al genius loci del nostro territorio, e alla facilitazione di una fruizione non solo turistica, come può essere una qualsiasi “strada del vino” che ormai troviamo in quasi tutte le regioni d’Italia, bensì ispirata ai luoghi e alle realtà in cui si manifesta in modo originale il nostro rapporto fra paesaggio e tradizioni.

Benché oggi si parli troppo di mondializzazione e di globalizzazione, una vera omologazione culturale non è avvenuta e neanche avverrà facilmente. Ogni cultura ha un suo “nocciolo duro” che è anche la base della sua resistenza. Ma questa resistenza non deve mai diventare un terreno di scontro contro le altre culture. Anzi, il rafforzamento dell’identità culturale veneta dev’essere sempre inteso nel suo fecondo interallacciarsi con tutte le altre culture identitarie interne ed esterne, e va dunque visto nel più vasto quadro nazionale, europeo e planetario, caratterizzato dalle indissolubili identità e diversità di tutti i popoli che lo compongono.

5)LA LINGUA VENETA 

Secondo Destra Veneta, l’italiano deve essere la lingua ufficiale della Repubblica, ma allo stesso tempo culturalmente è legittimo il riconoscimento della lingua veneta. Il veneto è infatti una lingua viva parlata all’interno dei confini della nostra regione, ma anche in tante parti del mondo dove vi sono popoli che hanno la nostra stessa origine, come l’’Istria e la Dalmazia” e presso le   comunità fondate dei veneti nel mondo, che mantengono salde le radici della nostra storia.  Riguardo le origini dei veneti, esiste un territorio, una storia comune, quella della “Serenissima” e una lingua, il Veneto. Ma se “Veneto” è dove la lingua Veneta era parlata, allora il suo confine deve essere espanso fino a dentro l’Emilia-Romagna, e tutto lungo il fiume Adda, dove molti dialetti di Brescia e della provincia di Mantova sono influenzati dalla lingua veneta, mentre, da altra parte, il dialetto di Verona ha alcune radici lombarde ed è stato poi “venetizzato”. A Est, il veneto era parlato in Istria (ora Croazia) e in Dalmazia (ora Croazia), dove la lingua dalmata ha origini dirette dalla lingua veneta, allo stesso modo, la forte componente veneta in alcune regioni del Brasile ha dato il via libera al riconoscimento del “Talian” o veneto-brasiliano, come patrimonio culturale della nazione brasiliana, parlato da 500 mila persone che sentono ancora molto forte il legame con la nostra regione.

Non c’è assolutamente nessuna differenza fra lingua e dialetto, pertanto non sarebbe corretto definire il veneto in modo o nell’altro, perché ciascuno dei due può divenire per l’appunto l’uno o l’altro. Dall’ottavo secolo dopo Cristo fino alla invasione di Napoleone nel 1797, il veneto era la “lingua veneta”. Quando la ‘Serenissima’ iniziò a scrivere documenti ufficiali e legali in Veneto, era implicitamente riconosciuto che la lingua Veneta era una lingua. In quel periodo c’erano 3 lingue o dialetti presenti nel territorio Veneto: il dialetto “Veneto Aulico-Veneziano” , il dialetto “Toscano con forti influenze Venete” ed il Latino, che comunque sopravvisse solo fino al 1600. Dopo di allora rimasero solo il Toscano ed il Veneto parlato in Veneto, che non ha nulla ha che vedere con il Venetico, un dialetto Italiano con radici Indo-Europee parlato dai Venetici. Quando Napoleone prese Venezia e la diede all’Austria. A quel punto il veneto non fu più considerata una lingua ma un dialetto. La lingua ufficiale in Veneto divenne il tedesco dell’Austria, ed il veneto divenne un dialetto della lingua tedesca-austriaca parlato nelle regioni del sud dell’impero .

Allora c’erano due ceppi linguistici, il veneto parlato nell’area di Treviso, ed il veneto parlato in quelle che sono oggi le province di Padova, Rovigo e Vicenza. Venezia creò, e possiamo usare questa parola, una lingua Ufficiale; molti considerano questo veneziano ufficiale del veneto come la toscanizzazione della lingua Veneta, ma non è veramente così. Si tratta invece di una mescolanza di molti elementi di diversi dialetti.

Ci si rammarica  che sia stata bocciata la proposta di istituire la data del 25 aprile come Festa del Popolo Veneto, che invece è stata anticipata al 24 marzo, giorno della fondazione di Venezia: si sarebbe trattato semplicemente di affiancare alla Festa Nazionale della Liberazione, anche quella più popolare di San Marco e di tutti i Veneti che credono nelle tradizioni e nella specificità della nostra terra. 

6)IL FEDERALISMO SOCIALE E LA NUOVA IDENTITA’ DEL VENETO

Nell’ottica di Destra Veneta, il federalismo non può essere solo fiscale ed economico, bensì deve necessariamente riguardare anche i servizi alla persona, poiché un assetto economico non è da considerarsi durevole se non viene considerato anche l’aspetto sociale. Auspichiamo a un equilibrio nazionale che consenta una ri-distribuzione delle risorse, in modo tale da agevolare e favorire crescita e sviluppo delle regioni che lo necessitano e, al contempo, di valorizzare quelle che hanno già raggiunto un soddisfacente livello di sviluppo e impiego delle risorse senza penalizzarle.

Dobbiamo perciò necessariamente definire che cos’è la democrazia sociale e che significato diamo al termine impresa. Questa è da interpretarsi come espressione della nostra cultura, come la fantasia dell’animo del popolo veneto. Infatti è attraverso i nostri prodotti e le nostre attività che ci distinguiamo da altre regioni o nazioni e soprattutto che ci rendiamo riconoscibili rispetto agli altri. L’impresa, in questo contesto, non è perciò solo un business ma l’espressione e l’affermazione della nostra cultura.

Nell’attenzione alle politiche sociali, che rientrano nella tradizione del percorso politico e culturale della Destra, vi dev’essere maggiore capacità di approfondimento soprattutto per l’evoluzione che si è registrata in questi anni nel Terzo Settore e nel volontariato. Da questa evoluzione, alcune realtà hanno cominciato  a fare reale impresa sociale, altre invece continuano a fare assistenzialismo. Il volontariato è una risorsa, è un grande momento educativo per i giovani, in cui possono entrare a far parte della società conoscendo problemi e disagi. Serve perciò un messaggio nuovo che veda il volontariato come soggetto pre-politico, che garantisca la cittadinanza attiva e che possa essere attivatore del cambio della nuova classe dirigente. Oggi, con l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico da record, non si può pensare che le istanze sociali vengano risolte sempre e comunque dalla Pubblica Amministrazione. Allo stesso modo vanno incoraggiate forme di welfare aziendale la cui diffusione in Veneto è sempre maggiore, ottimo indicatore di quella che viene definita responsabilità sociale dell’impresa e che incoraggia pratiche di gestione mista pubblico-privato dei bisogni in termini assistenziali dei cittadini, accrescendo quel legame con il territorio che consentirebbe un decentramento presso i comuni della potestà decisionale su queste tematiche.

Alla propensione che alcuni amministratori di centro destra mostrano nei confronti della privatizzazione di aziende e attività pubbliche, la Destra politica può essere consenziente solo alla condizione che la privatizzazione riguardi l’esercizio dei servizi di pubblica utilità, ma che la proprietà delle strutture e delle reti rimanga in mano al pubblico e che parte cospicua dei proventi sia tradotta in impegni a favore delle famiglie.

Sulla base di quanto detto fino ad ora, si può vedere come il federalismo sociale possa avere varie sfaccettature, a seconda degli aspetti e dei momenti della vita del cittadino che prendiamo in considerazione: dal federalismo previdenziale, che dovrebbe riguardare una gestione delle pensioni e dei contributi adeguata alle esigenze locali, al federalismo sindacale, che dovrebbe vedere un tessuto di relazioni con le imprese diverso a seconda della produttività di ogni territorio, a quello sanitario, che in Veneto evidentemente deve essere preso in considerazione visto l’avanzato modello socio-santario che caratterizza il Veneto  e l’eccellenza dei suoi poli ospedalieri.

Dobbiamo in conclusione partire dal Veneto come comunità: perché il Veneto è una comunità che non è solo un popolo, è una comunità con i veneti che stanno all’estero, è una comunità con coloro che sono arrivati in Veneto  e che ormai risiedono qui da decenni. Riscoprire quello che è il vero valore della comunità attraverso la democrazia partecipativa ci sembra un’occasione da non perdere.

CONTRIBUTI ed  ARTICOLI 

Bandiera Repubblica di Venezia 1848

QUEL PLEBISCITO FU AUTENTICA INNOVAZIONE.DALLA REPUBBLICA DI VENEZIA AI FRATELLI BANDIERA NEL NOME DELL’ITALIA di Raffaele Zanon 

Sul referendum che coinvolgerà la Lombardia e Veneto si rischia che la consultazione diventi uno strumento di propaganda  indipendentista, senza tener conto della valenza che ha la parola “autonomia” per le due regioni  .

In realtà la data scelta per il referendum,il 22 ottobre,  genera  più di qualche equivoco e può suonare come una provocazione per chi conosce la storia e crede in un’Italia  unita, libera  e sovrana.

 

Il Plebiscito del 22 ottobre 1866

Di fatto le date del 21-22 ottobre del 1866 sancirono l’annessione delle Province Venete al Regno d’Italia con una consultazione  che meriterebbe di essere celebrata ed approfondita a dovere nel ricordo di tutti quei Veneti che furono protagonisti del  Risorgimento italiano.

Devo  rilevare che in realtà un po’ di confusione e scarsa informazione su quel  Plebiscito i venetisti l’hanno sempre fatta a partire dall’ amico e collega Ettore Beggiato  che è uno dei più accaniti sostenitori della tesi che quella  consultazione fu un imbroglio perché a votare furono pochissimi secondo la sue tesi.

Votarono effettivamente, secondo i dati forniti dalla Corte d’Appello del tempo, 642.100 persone su una popolazione intorno ai 2.500.000 abitanti, di cui 641.758 a favore, 69 contro e 273 scheda nulle.

La percentuale di votanti a favore fu del 99,9%. Il Sì all’unificazione ottenne indubbiamente un risultato positivo anche se la partecipazione non fu massiccia.In realtà 650.000 elettori  non furono pochi per quei tempi  e anche se vi fossero state pressioni o trucchi, il principio del pronunciamento popolare fu un fatto autenticamente rivoluzionario in quanto far votare il popolo per l’annessione al  Regno rappresentava un’ innovazione che non può essere minimizzata. Quando mai  veneti furono chiamati ad esprimersi col voto prima di allora?

La Repubblica  di Venezia

I fautori dell’indipendenza e del separatismo  parlano troppo poco di un’epopea dapprima tronfiamente esaltata alla nausea, per esaltare il federalismo e  poi lo stesso periodo  inettamente nascosto sotto il tappeto.

Mi riferisco in particolare a Daniele Manin e la sua Repubblica ,mossa da ideali risorgimentali  dove  il leone campeggiava all’interno della bandiera italiana fin dal 1848 (1). La figura di Daniele Manin e quella di Nicolò Tommaseo, con l’esperienza della Repubblica veneziana , furono  gli esempi più concreti della possibilità di costruire la nuova nazione su basi federaliste anziché attraverso il progetto monarchico di accentramento del potere politico e amministrativo. L’esito tragico del lungo assedio di Venezia, la restaurazione austriaca e le condizioni materiali e politiche diverse del 1866 posero la parola fine alla  possibilità e alle suggestioni che il pensiero federalista del tempo aveva espresso nella stagione veneziana del 1848-1849.

Nel biennio rivoluzionario 1848-1849 non fu solo lo straniero il nemico contro cui si batterono i patrioti, ma divenne sempre più chiaro che lo scontro era anche interno, tra patrioti repubblicani e patrioti monarchici, tra fautori della repubblica, per molti di loro federalista, e fautori del disegno monarchico di Stato nazionale a guida sabauda.

I federalisti repubblicani furono dei veri innovatori del dibattito sulle possibili elaborazioni politico-istituzionali della nuova nazione che, dalla caduta di Napoleone sino al 1848, si erano sviluppate attorno alle ipotesi confederative degli stati regionali sotto la guida o dei Savoia o del Pontefice, che emersero nel progetto unitario mazziniano.

I moti studententeschi di Padova

I venetisti  nelle loro parziali ricostruzioni storiche non parlano ad esempio dei moti studenteschi di Padova. L’ 8 febbraio 1848 gli studenti dell’università attaccarono i soldati austriaci presenti in città e assaltarono il Castello per liberare alcuni prigionieri politici. Una rivolta che fu sedata nel sangue: vennero espulsi 73 studenti e 4 professori, altri studenti vennero uccisi nel cortile del Bo ed al caffè Pedrocchi, l’Università patavina viene chiusa dalle autorità austriache. Un episodio, quello di Padova, che fu la miccia di quella rivoluzione maggiormente importante per la vasta eco suscitata in tutto il Veneto. Fu la prima rivolta nella regione, che si verificò in una città, che pur essendo sede universitaria, godeva di fama di tendenze pacifiche, “non facile agli eccessi senza motivi d’intollerabile provocazione”.

I fratelli Bandiera

Oscurantismo totale anche sulla storia dei fratelli veneti Attilio ed Emilio Bandiera. Figli di un alto ufficiale della Marina austriaca, ed ambedue avviati alla carriera militare, votarono la loro giovinezza alla libertà ed al riscatto dell’Italia. I due fratelli veneziani fondarono  dapprima una società segreta, l’ Esperia, e passati poi nel movimento mazziniano, svolsero un intensa attività patriottica, che non sfuggì alla polizia austriaca. Costretti a riparare a Corfù (sotto la protezione inglese), i Bandiera con un pugno di adepti, per quanto sconsigliati dallo stesso Mazzini, tentarono uno sbarco in Calabria sperando di ridestare l’insurrezione anti Borbonica scoppiata nel 1844 a Cosenza ma, ignari che il moto fosse già stato stroncato per la mancata partecipazione della popolazione che, ancora una volta non si era mossa, furono subito scoperti: traditi da un compagno, furono catturati, processati e fucilati nel Vallone di Rovito, presso Cosenza (25 luglio 1844).

I giovani patrioti

E’ bene ricordare agli smemorati  venetisti  che di questo  Risorgimento i protagonisti furono quasi tutti giovani  volontari. Giovani rivoluzionari che cospiravano associandosi in sette e organizzazioni segrete e clandestine; giovani che accorrevano volontari ad ingrossare l’esercito piemontese, le formazioni garibaldine e armate patriottiche; giovani che difendevano sulle barricate le insurrezioni urbane a Padova a Milano come a Venezia e a Roma e che, con Garibaldi, si lanciarono nell’impresa dei Mille(2); giovani che confliggevano tra loro per affermare, all’interno della comune lotta per la causa nazionale, il principio repubblicano di una nuova nazione o più semplicemente per l’unità dell’Italia.

Giovani che tentarono, dal versante repubblicano, di trasformare la condizione di frammentazione statuale imposta all’Italia dalle diplomazie europee dopo la sconfitta napoleonica, attraverso una rivoluzione politica e sociale; giovani provenienti dai ceti popolari, per lo più urbani, che presero coscienza della nuova idea di nazione insieme alla maturazione di rivendicazioni sociali. Tutto ciò in un contesto europeo di grandi sommovimenti: pensiamo solo all’epopea garibaldina con molti di questi che combatterono per la libertà, per nuovi diritti e per l’indipendenza nazionale in Italia.

Note:

1)Nella dichiarazione del consiglio dei ministri della Repubblica Veneta, del 27 marzo 1848: «Coi tre colori comuni a tutte le bandiere d’Italia si professa la comunione italiana. Il Leone è simbolo speciale di una delle italiane famiglie». Parole esplosive, quelle vergate da quei veneti eroici, capeggiati da Daniele Manin, che presero le armi contro il giogo austriaco guidando insurrezione di Venezia, che pur avrebbe avuto vita breve.

2)L’Unità complessa Studi, documentazione e biblioteca del Consiglio regionale del Veneto49 ha svolto una interessante ricerca sulla partecipazione veneta all’impresa dei Mille. Tra i volontari di quell’impresa 162 sono veneti (solo i lombardi sono in numero maggiore),36 di questi dalla provincia di Venezia, 30 da quella di Vicenza, 28 da quella di Padova, 26 dal trevigiano, 25 dal veronese, 11 da quella di Rovigo e 6 dal bellunese. Il più giovane dei volontari veneti nella spedizione dei Mille aveva 16 anni, il più vecchio 56 anni ma la maggior parte era tra i 20 e i 30 anni. 52 di essi appartenevano a ceti artigiani e operai, 27 venivano dai corpi militari, solo 10 erano possidenti

 

 

 

Referendum in Veneto e Lombardia: la destra si interroghi sulla questione settentrionale di Marina Buffoni

 

L’ iniziativa referendaria promossa da due regioni trainanti chiama la destra ad interrogarsi in vista della stagione delle riforme.

La destra politica italiana ha sempre avuto un atteggiamento critico nei confronti di un certo regionalismo, frutto di un accordo tra Dc-Pci e spesso irrispettoso elle stesse identità storiche dei territori. Detto questo, la Destra politica, almeno al Nord, ha sempre sostenuto un principio di meritocrazia e di responsabilità degli amministratori: se una Regione è ben governata e offre servizi di qualità ai propri cittadini, merita che lo Stato devolva ad essa maggiori competenze. Questo senza mai mettere in discussione l’unità nazionale né tantomeno la possibilità per qualunque Regione di richiedere analogo trattamento.

 

Una proposta intelligente è quella a firma di Giorgia Meloni che prevede l’abolizione delle Regioni e delle Province a favore invece di un forte federalismo municipale , fondato sulla piena attuazione del principio di sussidiarietà e di responsabilità degli amministratori locali, nonché sull’identità profonda dell’Italia dei campanili, storicamente più forte delle sovrastrutture regionali. E’ chiaramente impossibile veder prevalere in tempi brevi questo modello di riforma e quindi tocca fare un esercizio di realismo.

 

 

La questione settentrionale non si è mai risolta e, in particolare, quella a Nord Est dove la disaffezione nei confronti della politica nazionale è alimentata dalla campagna referendaria del 22 ottobre sulla (presunta) autonomia. Allo stesso tempo, però, sono più che convinta che si debba aprire il dibattito su questo tema di attualità e che coinvolge sia il Veneto che la Lombardia, un laboratorio di idee in grado di produrre una proposta alternativa che vada oltre gli slogan ma anche oltre i “dogmi”, un progetto politico che dimostri di saper ascoltare il territorio e in grado di tradurre le istanze e i “mal di pancia” di onesti contribuenti vessati dal fisco e dalla burocrazia.

 

Riprendere in mano la riforma del federalismo fiscale? Anche questa potrebbe essere una via percorribile. L’importante è che siano premiati i territori più virtuosi e penalizzati quelli che, invece, gestiscono in maniera scriteriata la cosa pubblica. Faccio una breve fotografia della situazione attuale. Le Regioni a statuto ordinario del Nord danno oltre 100 miliardi di euro all’anno di solidarietà al resto del Paese. Il risultato emerge da una elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre che ha calcolato il residuo fiscale di ogni Regione italiana. Lombardia e Veneto con un saldo positivo.

 

Ricordando che il residuo fiscale corrisponde alla differenza tra le entrate complessive regionalizzate (fiscali e contributive) e le spese complessive regionalizzate (al netto di quelle per interessi) delle Amministrazioni pubbliche, si osserva che tutte le Regioni del Nord a statuto ordinario presentano un saldo positivo: versano molto di più di quanto ricevono. La Lombardia, ad esempio, registra un residuo fiscale annuo positivo pari a 53,9 miliardi di euro, che in valore procapite è pari a 5.511 euro. Questo vuol dire ch ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno.

 

Il Veneto, invece, presenta un saldo positivo pari a 18,2 miliardi di euro che si traduce in 3.733 euro conferiti da ciascun residente. L’Emilia Romagna, con un residuo di 17,8 miliardi di euro, devolve ben 4.076 euro per ciascun abitante. In Piemonte, che nel rapporto dare/avere elargisce agli altri territori 10,5 miliardi di euro, il residuo fiscale medio per abitante è di 2.418 euro all’anno. La Liguria, infine, dà al resto del Paese 1 miliardo di euro, pari a 701 euro per ogni cittadino ligure.

 

Nonostante sia più contenuto rispetto al dato riferito alle realtà del profondo Nord, anche il residuo fiscale di tutte le Regioni del Centro è sempre positivo. La Toscana ha un saldo di 8,3 miliardi di euro, il Lazio di 7,3, le Marche di 2,5 e l’Umbria di 1,1 miliardi.

 

Se, invece, osserviamo i risultati delle Regioni meridionali, la situazione cambia completamente di segno. Tutte presentano un residuo fiscale negativo: vale a dire, ricevono di più di quanto versano. La Sicilia, ad esempio, ha il peggior saldo tra tutte le 20 Regioni d’Italia: in termini assoluti è pari a -8,9 miliardi di euro, che si traduce in un dato procapite pari a 1.782 euro. In Calabria, invece, il residuo è pari a -4,7 miliardi di euro (-2.408 euro procapite), in Sardegna a -4,2 miliardi (- 2.566 euro ogni residente), in Campania a -4,1 miliardi (-714 euro per ciascun abitante) e in Puglia a -3,4 miliardi di euro (- 861 euro procapite).

 

Detto questo, e per ovviare da qualsivoglia misunderstanding: il principio della solidarietà non è in discussione e tutti dobbiamo essere d’accordo che le Regioni più ricche debbano aiutare quelle più in difficoltà però…Però, c’è un grosso problema che va affrontato con senso di responsabilità. Se lo Stato centrale continuerà nella politica dei tagli lineari, metterà  le Autonomie locali di fronte ad una scelta: o aumentare le tasse per mantenere gli standard qualitativi e quantitativi dei servizi di infrastrutture, sanità, trasporto pubblico locale e scuola, oppure , anche al Nord la qualità verrà meno.

Tentazioni separatiste e riforme autonomiste.

 

E il punto è: qual’è l’obiettivo del referendum del 22 ottobre (peraltro discutibile la scelta della data che, guarda caso, coincide con il plebiscito del Veneto del 1866, conosciuto ufficialmente anche come plebiscito di Venezia, delle province venete e di quella di Mantova, fu un plebiscito che avvenne nelle giornate di domenica 21 e lunedì 22 ottobre 1866 per sancire l’annessione al Regno d’Italia delle terre cedute alla Francia dall’Impero austriaco a seguito della terza guerra di indipendenza)?

 

In sostanza, l’obiettivo di Veneto e Lombardia è lo stesso: ottenere maggiori forme di autonomia dallo Stato. In termini tecnici, si tratta di ottenere dal voto il potere per negoziare un’autonomia differenziata, previsto anche dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. Nella forma, però, i due quesiti referendari sono diversi. Quello del Veneto molto asciutto e con modalità di voto tradizionale, ossia alle urne: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Più dettagliato quello lombardo,  e da votarsi con scheda elettronica: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”.

 

Andiamo a vedere di cosa parla l’art.116della Costituzione. La norma stabilisce che la singola Regione interessata, sentiti gli enti locali, può chiedere di avere maggiori materie di competenza fra quelle elencate nel successivo art. 117 in materia di organizzazione della giustizia di pace, ambiente, istruzione, oltre che fra quelle attualmente concorrenti con lo Stato, come per esempio il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Una volta firmata, l’intesa fra Stato e Regione deve essere ratificata con una legge, che per essere approvata deve ottenere il voto della maggioranza assoluta dei componenti (non bastano i presenti) delle due Camere.

Ma perché non possiamo e non dobbiamo sfuggire alla campagna referendaria? Perché il vero aspetto su cui dobbiamo concentrarci è quello politico. Davvero vogliamo alienarci le giuste aspettative e le istanze dei nostri connazionali che chiedono più equità contributiva? Sì, è vero: l’esito del referendum non è vincolante, come non lo era quello della Brexit, però lo è diventato.

 

 

 

 

AUTONOMIA, RESPONSABILITA’ di Carlo Capuzzo

 

Il prossimo 22 ottobre i cittadini del Veneto saranno chiamati ad esprimersi, attraverso un referendum consultivo, sulla possibilità di ottenere in futuro maggiori forme di autonomia dallo Stato centrale per la propria regione. Il quesito, molto asciutto, riflette fedelmente la caratteristica fondamentale di questa consultazione: essere un prodromo di una trattativa con lo Stato, suffragata però da una manifestazione di forte gradimento popolare che dovrebbe così conferire maggiore forza alla parte regionale nella stessa.

E’ quindi necessario sgombrare subito il campo dai vari deliri propagandistici, che verosimilmente andranno a crescere in rumorosità e diffusione nel corso della campagna referendaria; il referendum prossimo venturo non rientra nella pur nobile tradizione della cosiddetta autodeterminazione dei popoli, e non rappresenta né l’anticamera di un processo che porterà alla fantomatica “indipendensa” né al conferimento al Veneto del carattere di regione a statuto speciale sul modello altoatesino, con tutte le ricadute di carattere finanziario che ciò comporterebbe.

Allo stesso modo appaiono del tutto fuori luogo le strumentalizzazioni identitarie alle quali si presta la data fissata per lo svolgimento della consultazione, il 22 ottobre, data che segnò nel 1861 l’annessione attraverso plebiscito delle province venete al Regno d’Italia, da sempre contestata dai venetisti più trinariciuti che mettono in dubbio la regolarità del plebiscito stesso e l’effettivo gradimento dei cittadini veneti all’annessione. Volendo anche tralasciare i numerosi e rilevanti episodi che testimoniano il patriottismo italiano dei veneti del periodo risorgimentale, dai moti di Padova del 1848 alla Repubblica di San Marco di Manin e Tommaseo, che scelse come proprio vessillo il Tricolore nel quale era inserito il leone alato, non sembra assolutamente velleitario affermare che è ormai maggioritaria nella società veneta la consapevolezza di essere il frutto di una componente culturale di carattere locale, che seppur forte, è inserita in un’identità nazionale italiana della quale la storia veneta fa parte a pieno titolo. Anzi, è proprio la concomitanza con il referendum analogo proposto per la regione Lombardia, a confermare che le richieste per la maggiore autonomia di queste due regioni si inseriscono nel quadro di una più ampia questione settentrionale, le cui rivendicazione sono per lo più di carattere economico/amministrativo e non di carattere identitario e proprio nel quadro della cosiddetta questione settentrionale va strutturato il dibattito sull’autonomia.

Appare evidente come nel corso degli ultimi anni la competizione economica in Europa, specialmente per ciò che riguarda le regioni settentrionali, Veneto in particolare, sia nel confronto con le altre entità regionali, in particolare quelle tedesche della Baviera e del Baden, spesso utilizzate come riferimento per valutare le performance economico/produttive della nostra economia; le statistiche ci parlano di un Veneto che ben si destreggia, ma la crisi ha messo in luce un altro aspetto che non può essere trascurato: le economie regionali si giovano di uno Stato forte nel contesto internazionale, che sappia difendere il proprio interesse nazionale ai tavoli europei grazie al proprio peso politico, evitando così il declino di competitività che ad esempio ha colpito la Catalogna, regione spagnola che prima della grande crisi figurava ai vertici delle classifiche sullo sviluppo delle regioni europee, insieme alle menzionate regioni tedesche, destino che ha in parte riguardato anche il Veneto e che rivela la necessità di abbandonare il mito delle presunte “piccole patrie” destinate all’irrilevanza di fronte ai grandi processi dell’economia moderna.

In questa chiave va interpretata la richiesta di maggiore autonomia da parte del Veneto, pienamente legittimata dalla particolarità della posizione geografica, stretta tra due regioni a statuto speciale, del proprio assetto industriale e dal proprio sistema economico, caratterizzato dalla grande dinamicità dei distretti produttivi diffusi e diversificati nel territorio, una “biodiversità industriale” che richiede una burocrazia decentrata, nel senso più alto del termine, agile e reattiva, che sappia rispondere alle necessità delle imprese e che incoraggi pratiche innovative e lodevoli come quelle di carattere partecipativo, che nella seconda fase della crisi hanno conosciuto in veneto, anche attraverso il subentro dei lavoratori nella gestione dell’impresa, una nuova forma di rigenerazione aziendale.

Una forma di autonomia che deve essere finalizzata anche alla valorizzazione delle amministrazioni locali, promuovendo ulteriormente pratiche di fusione e aggregazione tra piccoli comuni, al fine non solo di razionalizzare le spese, ma anche di consentire una maggiore unità di intenti nell’amministrazione del territorio e nella programmazione della stessa, superando campanilismi anacronistici che nuocciono ai cittadini, specialmente in alcune zone del territorio veneto che si differenziano negativamente per i dati occupazionali e reddituali e che, se non vogliono rischiare la progressiva desertificazione industriale e il lento spopolamento, devono ottenere maggiore considerazione dal governo regionale attraverso il peso politico e istituzionale dei propri amministratori.

Un modello che tenda verso il principio della responsabilità, valore cardine dell’etica di Destra, volto a valorizzare le qualità delle classi dirigenti locali e del quale anche le regioni meridionali potrebbero beneficiare, se è vero che la condizione di svantaggio rispetto alle regioni del nord non rappresenta una condanna irreversibile, ma, come dimostrano gli ultimi 50 anni di storia del Veneto, un dato assolutamente migliorabile, lasciandosi alle spalle un passato di assistenzialismo che evidentemente, nonostante la grande profusione di risorse, non ha prodotto i risultati auspicati, e dove le condizioni di una regione come la Sicilia dimostrano che una forma di eccessiva autonomia, unita all’insipienza di chi finora ha governato, non porta benefici.

 

 

AUTODETERMINAZIONE E REFERENDUM VENETO di Daniele Trabucco

 

Per chiarezza e amore del confronto qui di seguito pubblichiamo un articolo di carattere giuridico, pubblicato sul sito www.leggioggi.it (quotidiano online di natura prevalentemente giuridica) a firma di Daniele Trabucco, col quale si sostiene in pratica che il diritto di autodeterminazione non è applicabile al cittadini del Veneto . Il richiamo ai principi nobili dell’auterdeterminazione è spesso usato da chi sostiene l’indipendenza della stessa regione. Lo pubblichiamo perché  la propaganda separatista abbina il  referendum incostituzionale svoltosi in Catalogna a quello  per l’autonomia del Veneto indetto dalla Regione e riconosciuto Costituzionalmente.

“Non è possibile dimostrare che il diritto di autodeterminazione dei popoli sia applicabile agli abitanti della Regione Veneto, e possa in tal modo inficiare il principio supremo della indivisibilità della Repubblica sancito dalla Costituzione vigente all’art. 5.

Il diritto di autodeterminazione esterna, cui ci si riferisce, consiste appunto nel diritto di ottenere l’indipendenza o di associarsi a un altro Stato esistente: secondo la prevalente dottrina del diritto internazionale, i suoi requisiti sono essenzialmente due, o la dominazione coloniale o l’occupazione straniera con la forza, occupazione che non può andare indietro nel tempo oltre la seconda guerra mondiale. Invocare il parere della Corte Internazionale di Giustizia del 22 luglio 2010 sulla indipendenza del Kosovo non prova l’assunto, in quanto il caso in esso esaminato non è analogo a quello del Veneto.

Il parere, infatti, non affronta l’esistenza di un diritto alla secessione (o all’indipendenza secondo un capzioso gioco di parole) come è quello che invocherebbe il Veneto dall’Italia, bensì la questione dell’eventuale esistenza di un divietoapplicabile alla già avvenuta dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, cioè se tale dichiarazione fosse stata adottata o meno in violazione del diritto internazionale, non quindi se ne fosse legittimata. Il parere ha espressamente affermato in un obiter dictum come le dichiarazioni di indipendenza possono essere considerate lecite anche al di fuori dei due casi classici ricordati sopra, ma tale riferimento non può essere considerato decisivo. La scarsità della prassi e l’assenza di una manifestazione di opinio iuris tale da giustificare una evoluzione del diritto di autodeterminazione rendono problematica l’estensione ad altri casi. L’indipendenza del Veneto, comunque, non sembra rientrare in nessuno dei casi contemplati né vecchi né nuovi, non essendo né una colonia, né soggetta a occupazione militare e nemmeno a forme di oppressione che possano giustificare una secessione-rimedio unilaterale da uno Stato esistente. Non ha qualità analoghe di minoranza e, almeno finora, non si è verificata una dichiarazione unilaterale di indipendenza seguita a una guerra come quella del Kosovo, che possa essere giustificata ex post almeno come non contraria al diritto internazionale. Ne potrebbe essere accolto il riferimento al carattere pre-costituzionale del diritto di autodeterminazione dei popoli, che entrerebbe nell’ordinamento interno in virtù del riconoscimento dei diritti inviolabili da parte dell’art. 2 della Carta costituzionale, dal momento che esso, come tutti gli altri diritti riconosciuti dalla norma costituzionale ora invocata, richiede sempre una relazione di compatibilità dialettica con il dettato della Carta (sent. n. 388/1999 Corte cost.) e necessita di una fonte-atto interna, nel nostro caso la legge regionale 19 giugno 2014, n. 16 (istitutiva del referendum consultivo regionale sull’indipedenza del Veneto e già impugnata dal Governo della Repubblica davanti alla Corte costituzionale), per la sua azionabilità.

Appare, inoltre, fuori luogo il richiamo al “popolo veneto” da parte della legge regionale n. 16/2014 (e già prima lo stesso Statuto, art. 1, comma 2,) quasi a volerne riconoscere la pre-esistenza giuridica e politica. Ora, se sul punto si può riconoscere che il riferimento al popolo veneto non è cosa diversa da quello che si può leggere in altri Statuti regionali (Sardegna e Sicilia parlano rispettivamente di popolo sardo e siciliano), da intendersi quindi come comunità ossia insieme di persone aventi in comune orgine, tradizioni, lingua e rapporti sociali, la stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 496/2000, ha precisato in modo inequivocabile che il popolo “non può che essere uno solo, quello che dà forma all’unità politica della Nazione”. Sostenere l’assenza, tanto nel diritto costituzionale interno, quanto nel diritto internazionale pubblico, di una definzione di popolo non è così determinante. Infatti, proprio questa mancanza consente di adattarne il concetto alle articolazioni collettive esistenti all’interno dello Stato territoriale. In questo caso, però, non sarà sufficiente una definzione di popolo veneto ex lege, a livello statutario o legislativo, ma bisognerà dimostrare oggettivamente che si è in presenza di un gruppo qualificato e distinto, rispetto alla comunità nazionale italiana, cui sia possibile riconnettere diritti che si riferiscono a beni giuridici irriducibilmente collettivi. Peraltro, in diritto non sempre sono necessarie classificazioni definitorie che spesso vengono presupposte dal sistema. Quando l’art. 1 della Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo, non fa altro che ribadire la forma democratica dello Stato-ordinamento e affermare com’è solamente all’insieme dei cittadini che va attribuito l’esercizio di alcuni dei poteri più elevati, quelli cioè che condizionano la direzione e lo svolgimento degli altri.

 

Secondo i sostenitori della tesi del referendum consultivo regionale sull’indipendenza, quando il Parlamento italiano ha reso esecutivo e ha autorizzato la ratifica del Tratto tra l’Italia e la Repubblica socialista federale di Jugoslavia, il c.d. Trattato di Osimo del 1975, ha proceduto alla cessione di parti del territorio nazionale a uno Stato estero proprio in violazione della norma costituzionale che sancisce l’indivisibilità della Repubblica (art. 5 Cost.). Ora, a parte il fatto che l’accordo di Osimo (Paladin) non ha comportato alcuna modifica territoriale, confermando il confine tra Italia e Jugoslavia in coincidenza della linea di demarcazione fra la ex zona A e la ex zona B, la norma dell’art. 80 della Costituzione, che autorizza espressamente le Camere a poter dare esecuzione a Trattati internazionali che specificatamente importino “variazioni del territorio”, opera su un piano diverso da quello dell’art. 5. Mentre, infatti, come insegna Esposito, in base all’art. 5 Cost. è illegale ogni attività che entro lo Stato tenda alla divisione della Repubblica italiana in due o più Stati, o alla separazione di una o più parti d’Italia dallo Stato-Ordinamento, l’art. 80 richiama il contesto internazionale, riferendosi a quegli atti di natura pattizia volti a determinare una ridefinizione dei confini territoriali o anche del mare territoriale a seguito di una guerra (Trattati di pace) o di una conquista territoriale di altro tipo, presupponendo quindi la guerra quale fatto costitutore di nuove sovranità statali.

 

Da ultimo, rivendicare una indipendenza del “Veneto” dall’Italia indicando per il nuovo Stato i confini della attuale Regione del Veneto, e richiamarsi nel contempo al plebiscito per l’annessione del 1866 (nella risoluzione n. 44/2012 del Consiglio regionale del Veneto) e alla sua asserita nullità appare contraddittorio. Infatti i territori annessi nel 1866, un tempo appartenenti alla Repubblica di Venezia, poi al regno Lombardo-Veneto, vanno ben oltre il territorio regionale. Per esempio non vi è compreso, se non in piccola parte, il Friuli Veneto (attuali Province di Udine e Pordenone), mentre d’altro canto vi sono parti dell’attuale Veneto che non hanno partecipato al plebiscito, come l’Ampezzo oggi facente parte della Provincia di Belluno. Tutti gli abitanti dei territori annessi nel 1866 dovrebbero avere lo stesso diritto di autodeterminazione, ed è paradossale rivendicarlo in modo assoluto solo a chi si trova entro confini tracciati solo dopo dall’Italia, escludendo tutti gli altri. Ciò rende ancora più evidente il carattere del tutto estrinseco del collegamento fra la rivendicazione del Veneto indipendente e la Repubblica di Venezia, con cui la memoria storica è utilizzata per dare lustro al nuovo Stato veneto, tutto incentrato sulla terraferma, che sarebbe in tutto diverso dalla serenissima Dominante.

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