Quei comunisti d’India che odiano i nostri marò

Nell’isola rossa del Kerala il caso dei soldati italiani ha creato un inedito fronte, estremisti d’accordo con i governativi: “Dobbiamo processarli noi”
di Fausto Biloslavo

Prima esce una sfilza di dete­nuti indiani in pareo bian­co e torso nudo, poi dal por­tone in legno massiccio del carce­re di Trivandrum spuntano i due marò per incontrare di nuovo le fa­miglie giunte dall’Italia. Massimi­liano Latorre abbraccia il nipote, Christian D’Addario, che lo aspet­ta proprio davanti al numero de­gli ospiti ( 938) del carcere costrui­to dal marajà Rama Vurma nel 1886. Poi fa un saluto e si inerpica con Salvatore Girone sulla scala che porta all’afoso ufficio del diret­tore della prigione per l’incontro con i propri cari. Oltre al giovane nipote c’è la sorella Franca, ogni tanto tesa, ma determinata, i geni­tori di Girone, gente tosta del sud e la moglie, Giovanna, che quando tira fuori le unghie non scherza.

Nello Stato del Kerala, però, la vicenda dei marò ha unito, incre­dibilmente, i rivali politici più riot­tosi, dal governo al potere ai comu­nisti all’opposizione, ancora con la falce e martello e il faccione di Lenin. Quello che colpisce di Tri­vandrum, la capitale del Kerala, nel sud ovest dell’India, è la sfilza delle rosse e grandi falci e martel­lo dipinte sui muri. In periferia ne hanno costruito un paio cubitali ad una specie di fermata dei bus. La gloriosa stella rossa non man­ca e neppure i volti dei padri stori­ci da Marx fino a Lenin, Stalin e l’immancabile Fidel Castro. Mira­bilia che da noi non esistevano più già prima della caduta del mu­ro di Berlino. In certe roccheforti sventola ad ogni angolo una ban­diera rossa issata dal Cpim, il Parti­to comunista indiano, che ancor oggi si fa chiamare marxista.

Entrare nell’ufficio del partito a 25 chilometri dalla capitale, sulla strada per la spiaggia dei turisti oc­cidentali, è come fare un salto nel passato. L’edificio dipinto rigoro­samente di rosso espone ancora la foto di Ho Chi Minh, lo storico leader dei vietcong. In questa cir­coscrizione nel giro di un mese si voterà per un cruciale seggio del parlamento del Kerala, dove la dif­f­erenza fra maggioranza ed oppo­sizione è di soli due voti.

«I vostri soldati devono essere processati e puniti in India, secon­do le nostre leggi. Non c’è ombra di dubbio. Non solo: sono in totale disaccordo con l’Italia che ha fatto appello alla Corte suprema a Delhi per scarcerarli», dichiara senza peli sulla lingua M. Vijayaku­mar. Pezzo grosso del partito co­munista è stato ministro della giu­stizia del Kerala, prima che il Con­gresso di Sonia Gandhi, che da queste parti chiamano con di­sprezzo «l’italiana»,vincesse le ele­zioni. Almeno non dà spago a quei quadri del partito che nei primi giorni del caso marò invocavano la pena di morte per l’uccisione dei due pescatori in alto mare. «Non mi pronuncio: la pena sarà decisa da una corte indiana, ma de­vonoscontarla da noi, non in Ita­lia », sostiene il leader marxista. Poi si schiera sulla stessa lunghez­za d’onda dell’odiato rivale, il pre­mier del Kerala, Oommen Chan­dy, che fa parte del Congresso. «Nei confronti dei vostri uomini il governo del nostro Stato ha agito di comune accordo con l’esecuti­vo centrale» sottolinea Vijayaku­mar.

Venerdì, proprio alla corte su­prema di Delhi, si è aperta una breccia grazie ad un avvocato del­­lo Stato, Harin Rawal, che ha soste­nuto come la polizia del Kerala ab­bia travalicato i suoi poteri impe­dendo, fino ad oggi, la partenza della petroliera «Enrica Lexie» di­fesa dai due marò in carcere da un apparente attacco pirata. «Abbia­mo inviato una lettera alle autorità centrali per chiedere la sua rimo­zione. Ribadiamo che i vostri mari­nes vanno processati in India se­condo le nostre leggi» dichiara al Giornale P.T. Chacko, portavoce del premier del Kerala. Una doc­cia fredda sui marò, ma la stramba «alleanza» locale fra comunisti e Congresso, sulla pelle dei nostri fu­cilieri di marina, ha anche un ter­zo incomodo. Il gruppo si chiama Solidarietà, ma è nato da giovani musulmani radicali che si fanno ir­retire dai militanti legati alla guer­ra santa internazionale. Ieri sono sfilati solo in poche decine a Tri­vandrum per protestare contro la possibilità che la petroliera italia­na possa ripartire. Un passaggio l’hanno fatto anche davanti all’ho­tel che ospita le famiglie dei marò. Nessuno li ha calcolati, ma il loro presidente locale, Naushad, riba­disce che «i marines italiani devo­no essere processati velocemente in India. Siamo contrari a qualsia­si compromesso politico, che ci umilierebbe».

Non la pensano così le suorine che sono andate a trovare i marò in carcere per portare conforto spiri­tuale. «Volevano venire tutte per parlare l’italiano imparato a Ro­ma », spiega Corrada Magnani, la madre superiora delle Figlie di San Francesco di Sales. Tonaca gri­gio chiara e croce al collo, è accom­pagnata da due sorelle indiane che garantiscono: «Noi preghia­mo per le famiglie dei pescatori uc­cisi, ma pure per i marò e per la lo­ro speranza di tornare a casa in pa­ce».

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