La vittoria del Front National, un’analisi senza retorica

524446_3761620080538_di Marco Valle .Tutto come previsto. Marine Le Pen ha abbattuto il muro. Al turno iniziale delle municipali il Front National ha conquistato, in prima battuta, 472 eletti. Al secondo giro, domenica prossima, il FN sarà presente in  315 località. Un risultato importante per molti motivi. In primis, Il Front ritorna ad essere decisivo nelle grandi città; con l’eccezione di Parigi — dove si gioca l’ultimo duello tutto femminile tra i post-gollisti e i socialisti —, i lepenisti sono protagonisti a Marsiglia, Perpignan, Lille, Metz, Strasbourg e, persino nell’ostica Lione. A Marsiglia, metropoli multietnica e storica capitale del Sud, il Front National umilia il partito socialista (orfano inconsolabile del vecchio Gaston Deferre) e si prepara a contendere la primazia ai sarkozisti dell’UMP. Insomma, la “vague Marine” ha convinto parte degli scettici ceti medi urbani e raccoglie sempre più consensi trasversali.

Secondo punto. Il Front National sfonda a sinistra, sfonda nei feudi del defunto PCF, sfonda nelle regioni storicamente ostili. La vittoria netta a Hènin Beaumont — estremo settentrione di Francia, terra di miniere (chiuse) e grandi fabbriche (dismesse) — è assolutamente significativa. Il 17 per cento raccolto sulla costa atlantica — un’area geo economica preclusa per decenni alla destra nazionalista —, la quasi vittoria nell’aristocratica Nantes, le affermazioni a Fourgèrs e a Laval sono emblematiche. Il Front non  è più liquidabile nelle ristrette categorie di ieri (un movimento di matti, il vettore di rabbie profonde di proletari sradicati o di vecchi “coloniali” xenofobi)  ma è un partito che esprime (almeno sulla carta) una cultura di governo. Una cultura nuova, dinamica, convincente. Da qui la prudenza dei gollisti, dell’UMP. Non a caso l’appello del socialista Ayrault per un “fronte repubblicano” contro i “barbari” è caduto nel vuoto. Nemmeno il mesto François Hollande si è sprecato in questa battaglia già persa.

Come suo solito, Marine Le Pen non alza i toni. La signora sa bene che il successo è difficile da gestire. Presto vi saranno le elezioni europee, poi si dovrà rinnovare il Senato, le regioni. Il sentiero per arrivare alla battaglia decisiva (le presidenziali) è lungo, stretto, sdruccioloso. Il personale politico frontista, per quanto giovane e motivato, è ancora tutto da verificare. Da qui la prudenza e le caute aperture — già annunciate nell’intervista a Le Figaro del 24 marzo — alla destra dell’UMP di Copè e l’addio definitivo ad ogni nostalgia “retrò”.

Nulla di strano. Con buona pace di alcuni neo lepenisti nostrani, la vittoria di oggi non è un caso fortunato o il premio ad un’improbabile “coerenza” fiammista pluri trentennale. Anzi. L’avanzata di Marine Le Pen è frutto di un lavoro lungo e complesso, iniziato già prima del traumatico congresso del 2011 (vedi la nostra analisi del 25/11/2011, “Da Le Pen a Le Pen, metamorfosi francesi”) che incoronò Marine.  In quella sede, il FN ebbe il coraggio politico di  fratture radicali,  di svolte decisive e persino brutali. Nei giorni del congresso la bionda signora pensionò tutta la vecchia nomenklatura frontista (con l’eccezione dell’inamovibile Jean Marie) è affidò il partito ad un gruppo di quarantenni estranei ai percorsi tortuosi del lepenismo. Fu una decisione difficile e sofferta ma vincente: oggi quella che fu la “destra più stupida del mondo” (come Augusto Grandi ha ricordato ieri su destra.it) ha finalmente la possibilità di un destino e un futuro degno.

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