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Il bullismo giovanile
Violenza e paura di essere meno degli altri.
 
La scelta dei giovani di frequentare solo i santuari della cultura giovanile (bar, discoteche, stadi, pizzerie, scuole, ecc,), si accompagna con la caduta di ogni valore una volta nel “branco”, che esalta un bullismo che spesso sfocia nella vizio della violenza. Chi si crede il più “bullo” del branco è il “leader” riconosciuto che fa perdere l’autonomia etica degli altri, per indurli a gesti incompatibili con la coscienza individuale. Ma la coscienza di gruppo si sovrappone a quella personale. Lo “stare insieme” è un benessere fondato sull’idea che nel branco si possa affermare l’idea positiva del proprio Io giovanile abbandonato dalla famiglia e dalla scuola. In questi gruppi si resta in quanto il riconoscimento sociale mantiene la propria autostima.
Le prime forme di bullismo avvengono già negli ultimi anni delle scuole elementari. Esiste, poi, la violenza negli stadi per contrapposizione di tifoserie che si dilettano di più ad aggredire i tifosi della squadra rivale che a guardare i giocatori in campo. Poi, il sadico divertimento di ferire o uccidere vecchi e donne indifese, solo per esperienze scioccanti.

Il bullismo suscita la violenza nei locali pubblici tra gruppi non ostili in partenza l’uno all’altro. Basta uno sguardo in più o un complimento pesante! Il gesto vissuto come provocazione genera malessere in chi lo subisce e comporta il recupero della propria immagine offesa. Dalla provocazione alla violenza, il passo è breve: si inizia con lo “sfottò” o con il mettere in luce quel lato nascosto di noi che non vogliamo appaia nel gruppo. La reazione violenta porta a veri e propri reati che spesso si concludono con l’eliminazione o il danneggiamento fisico della persona in campo.
Ma per capire questa violenza di gruppo, dobbiamo vedere come si deteriori la nostra autostima per una presunta offesa subita di fronte agli altri. C’è in noi  il bisogno di essere percepiti dagli altri  in accordo con l’idea “OK” di noi costituta. Essere “OK” significa abbandono della iniziali svalutazione infantile e adolescenziali effettuate dai genitori o dagli insegnanti che ci giudicano incapaci di fronte alla loro enorme superiorità. Di fronte ad adulti col loro superiore “OK”, il minore assume la disagevole idea di essere “non OK”. Ovviamente, tutta l’evoluzione dalla nascita fino alla giovinezza è vissuta come tensione verso l’ autonomia alla propria esistenza per essere da tutti riconosciuti “OK”.

La seduzione del bullo-“leader” induce violenza del branco e si compiace se tra giovani o due gruppi giovanili si insinua la gara a dimostrare chi è “più OK” dell’altro, cioè la sfida a far vedere chi ha più muscoli ed è capace di riscuotere ammirazione perché è il migliore, anche se col ricorso alla violenza.
Gare stupide del tipo: “ti faccio vedere io chi sono io!”; “sono più forte e grosso di te”; “voi siete spazzatura e non ci mettete paura”; “noi siamo capaci di tutto, anche di bruciare un barbone, mentre voi non ne siate capaci”.
Non si dovrebbe cadere in simili sfide perché “l’escalation” del “ti faccio vedere chi sono io” ha esiti tragici. Basterebbe che alcuni del gruppo imponessero il “basta”, per chiudere con le dispute sulla presunzione di superiorità .
Non si può essere indifferenti oggi al  bullismo dilagante, ma ricercare con nuovo coraggio quel dialogo abbandonato tra famiglia, scuola e giovani sui doveri (e non solo sui diritti). Un orientamento significativo, da vedere col massimo consenso, è quello del ministro Gelmini con la reintroduzione del “cinque” in condotta che fa media con gli altri voti. Bisogna archiviare un rapporto contrassegnato da indifferenza e da relativismo morale, che legittima il non intervento in nome di una presunta libertà di fare tutto quello che salta in mente ai giovani. Oggi, genitore ed insegnante sono solo pavidi testimoni di questo malessere che giustificano e finanziano. Tutti dovrebbero recuperare il coraggio di parlare dell’etica del branco, senza ipocrisie ideologiche o rassegnazione di comodo. Parole sul confine tra il “sì ed il no” sono attese dai giovani, per non essere prigionieri del branco o  oggetti nelle mani del bullo di turno.  

Autore: Dr.Valentino Venturelli
Laureato a Padova in pedagogia e psicologia; dirigente scolastico in pensione dopo 46 anni di servizio; ex giudice minorile onorario al Tribunale dei minori di Venezia; collaboratore in riviste e giornali locali su questioni di attualità politica e dela società italiana e problemi della famiglia e dei giovani. Docente in tema di psicologia delle relazioni ad Università della Terza età e di adulti; docente anche alla "Dante Alighieri" di Treviso.
 
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